SEGUENDO LA PISTA GRECA

Il camper sbarca a Lampedusa.

Ma chi l’ ha detto che per conoscere ed ammirare l’arte e la cultura greche si debba per forza recarsi in Grecia ?  c’è  tanta cultura ellenica nel nostro Paese, che a volerla scoprire tutta, dopo un po’, ti viene quasi il capogiro. E’ quanto è accaduto a noi, lo scorso ottobre, quando abbiamo deciso di compiere col nostro camper un viaggio per così dire tematico sull’archeologia greca in Italia.

In Grecia c’eravamo stati nel ’97, sempre in camper, e l’avevamo visitata in lungo e in largo. Dalla piana di Olimpia a Megalopoli nell’interno del Peloponneso, dove esiste il più grande teatro dell’antichità. Da Micene alle mura ciclopiche di Tirinto; da Epidauro (altro eccezionale teatro)  a Corinto; dall’acropoli ateniese alla mitica Delfi. Superata la catena del Parnaso, eravamo giunti alle Termopili, per ammirare la bella statua del re Leonida circondata da trecento cipressi che ricordano gli altrettanti eroici spartani  dell’anno 480 avanti Cristo. Dal Pelio avevamo risalito la catena del Pindo per scendere, passando per le Meteore, fino al mare di Ulisse. Insomma un autentico bagno di classicità. Quel viaggio, però, anziché saziare il nostro interesse, ebbe il potere di risvegliare in noi la curiosità, la voglia di conoscere le tracce del passaggio degli antichi Greci nella nostra Penisola. E siamo partiti.

Dopo Firenze, la prima sosta la facciamo ad Orbetello. Gli scavi archeologici della città romana di Cosa  sono quasi un… antipasto di quello che ci attende nel nostro viaggio. Costeggiamo il Tirreno da Ostia in giù e non sappiamo resistere alla tentazione di salire il monte Circeo per ammirare l’indescrivibile panorama delle isole Ponziane, immerse nell’azzurrità di un mare che si perde nel cielo. Più a sud ci soffermiamo a Minturnae, dove i romani avevano costruito un porto fluviale sul Garigliano. Le rovine della cinta muraria, di tre templi e di un grande teatro fanno pensare che doveva trattarsi di un centro di grande importanza.

Noi proseguiamo. Il primo impatto con l’archeologia greca in Italia lo abbiamo poco dopo ed è quanto mai gratificante. Gli scavi ed il museo di Paestum si trovano nella piana del fiume Sele sulla costa del golfo di Salerno, dove i Dori provenienti da Sibari sbarcarono intorno al 650 a. C. I tre templi (dedicati rispettivamente a Hera, Cerere e Poseidone) sono ben conservati e l’ambiente naturale circostante ne valorizza l’imponenza. Meritano un’attenta visita anche i resti dei monumenti romani che presero il posto di alcuni greci: il Foro realizzato sull’agorà (piazza), un altro tempio e l’anfiteatro. Nel Museo sono esposti reperti preistorici ritrovati nella zona, statue, frammenti architettonici, antichi doni votivi, lastre dipinte, tra le quali spicca quella cosiddetta “del tuffatore”. L’atmosfera di Paestum cancella d’un colpo la fatica di questi primi 1.166 chilometri che abbiamo percorso sin qui,  da Novaledo.

Si riparte attraverso il Cilento, per riprendere la strada litoranea a Capo Palinuro. Attraversiamo località balneari di grande e meritata fama: Marina di Camerota, Sapri, Maratea, Praia a Mare. Si viaggia sempre nel blu, anche dopo il traghetto che ci porta a Messina. A Cefalù, dove ci fermiamo a pernottare in un campeggio, i servizi sono scoperti. E’ ormai buio e facciamo la doccia sotto un cielo  di stelle: il clima lo permette !

Siamo diretti a Palermo, ma ci fermiamo prima per ammirare le mura greche di Tyndaris, costruite su un promontorio roccioso ed i resti del teatro greco. Imponenti le prime, ben conservato il secondo, se si pensa che tutto risale a 2300-2400 anni fa !  Visita al capoluogo (area del porto, palazzo dei Normanni, ecc.) e del suo entroterra (Monreale, Partitico, Montelepre) ma il tema principale del nostro viaggio è un altro. Dopo due giorni lasciamo Palermo. Dalla statale n.113 passiamo ad una strada che costeggia il monte Barbaro, sulle cui pendici occidentali troviamo la zona archeologica di Segesta. Colpisce soprattutto il tempio, rigorosamente dorico, molto ben conservato, su un basamento di tre gradini, in posizione davvero suggestiva (come del resto lo sono tutti questi edifici di culto ellenici).

Ritornati sulla “statale” ne usciamo poco dopo per compiere un’altra breve digressione (14 chilometri) per visitare un luogo ed un monumento quasi attuale: l’ossario che ricorda la storica battaglia vinta dalle “camicie rosse” di Garibaldi il 15 maggio 1860 subito dopo lo sbarco in Sicilia.

Proseguiamo fino alla costa sud-occidentale dell’isola, dove ci fermiamo al campeggio di Marinella. Il posto si trova in una posizione strategicamente importante per la visita, prevista per l’indomani, alla zona archeologica di Selinunte. Ne avevamo letto qualche tempo prima su una rivista:  la realtà odierna fa capire quanto importante ed invidiata potesse essere questa antica colonia greca.

Fondata circa 2.650 anni fa, Selinunte venne distrutta dopo tre secoli dai Cartaginesi. Eppure era difesa da grandiose opere di fortificazione, i resti delle quali si vedono ancor oggi visitando l’acropoli, la città alta che sorge a picco sul mare. I possenti muraglioni e gli edifici che si trovavano al loro interno  subirono ulteriori distruzioni  in seguito ad alcuni terremoti. Gli esperti hanno individuato la presenza di almeno otto templi, che vengono denominati con lettere di alfabeto, ma che quanto a dimensione e stile sicuramente rivaleggiavano con quelli che i coloni greci avevano lasciato in patria.

Arriviamo ad Agrigento e ci fermiamo al  campeggio di San Leone. Il giorno dopo ci attende il clou del nostro programma, la famosa Valle dei Templi. Ci guardiamo in faccia, siamo stanchi, il tempo è bello, è deciso: ci prendiamo una vacanza nella vacanza. Si carica il camper su un traghetto e partiamo per Lampedusa. Non ce ne pentiremo mai. La traversata è tranquilla e neppur tanto costosa (600mila lire andata e ritorno), dopo otto ore circa sbarchiamo sull’isola, che è il prolungamento della piattaforma rocciosa africana. Portiamo il camper al campeggio e inforchiamo le biciclette. Raggiungiamo pedalando tutti i punti più interessanti. Si va dal porticciolo alla base NATO (quella che fu presa di mira, anni fa, dai missili di Gheddafi).

L’isola è lunga dieci chilometri e larga tre e mezzo, pianeggiante; le coste sono scogliere che precipitano sul mare da oltre cento metri, poche e piccole le spiagge. Una di esse è famosa perché ospita le tartarughe che vi vengono a depositare le uova. Per questo motivo ne è vietato l’accesso in un certo periodo dell’anno, tuttavia il cantante Domenico Modugno  vi ha costruito una villa niente male. A proposito di edifici, fuori del paese sorgono solo i “dammusi”, basse costruzioni che s’intonano col paesaggio. La vegetazione è scarsa, fatta soprattutto di carrubi, fichi d’India e viti. La più importante delle isole Pelagie (le altre sono Linosa e Lampione)  dista 205 chilometri dalla Sicilia e solo 113 dalla Tunisia. Siamo quasi in Africa e ce se ne accorge: qui fare il bagno nella seconda metà d’ottobre è normale. Lo facciamo, naturalmente, anche noi.

Dopo una settimana, la parentesi balneare si chiude. Il tempo tra l’altro è cambiato, piove, cosa che non accadeva da sei mesi ! la traversata di ritorno è abbastanza burrascosa, ma la nave è dovuta partire ugualmente (cosa che non aveva fatto il giorno prima con un mare migliore) perché è carica di pescato. Si arriva comunque a Porto Empedocle e ci dirigiamo subito al campeggio di San Leone.

All’indomani ci attende la Valle dei Templi. Quest’area monumentale offre un colpo d’occhio incredibile, non solo a coloro che la visitano, ma anche per quanti percorrono le strade statali che la sfiorano da ogni lato. Per chi arrivi dalla cosiddetta Porta di Gela il primo tempio è quello di Hera, poi s’incontra quello della Concordia, che è uno dei meglio conservati, quindi c’è quello di Ercole che è forse il più antico (VI sec. A. C.). Sull’altro lato della strada statale 118, c’è quello che era forse il più grande, con le sue 38 colonne perimetrali, degli edifici di culto greci, il tempio a Giove Olimpico, eretto per celebrare una vittoria sui Cartaginesi. Erano tempi in cui questi monumenti si facevano e si distruggevano con grande facilità. Nel museo archeologico regionale vediamo altri reperti del periodo ellenistico, tra i quali l’Efebo, una scultura in marmo di grande bellezza.

Nel pomeriggio imbocchiamo la strada del ritorno. Abbiamo davanti a noi ben 1.687 chilometri. Attraversiamo la Sicilia, passando per Enna e Taormina, quindi lo Stretto e la Calabria. In Basilicata vediamo un’indicazione stradale: zona archeologica greca di Metaponto. Siamo… saturi e proseguiamo fino a  Novaledo. In venti giorni – settimana a Lampedusa compresa – abbiamo percorso 3.803 chilometri.

Giulio e Traudel Vaccarini