IL PHISHING, OVVERO COME TI RUBO LA PASSWORD
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La diffusione di internet, se da una parte ha prodotto un miglioramento della
vita quotidiana e molte opportunità di sviluppare nuove relazioni umane,
dall’altra ha determinato un parallelo sviluppo di truffe e frodi di vario
genere, tanto da aver costretto il legislatore a prevedere una nuova tipologia
di reato, sconosciuta sino a qualche anno fa: la frode informatica.
Una truffa ultimamente molto diffusa, particolarmente insidiosa perché colpisce
l’utente medio di internet carpendone la buona fede o, se vogliamo,
sfruttandone l’ingenuità e la disattenzione, è comunemente conosciuta con il
nome di Phishing, che alcuni esperti di problemi sociali e di costume vorrebbero
far derivare da una storpiatura dell’inglese “to fish”, in italiano
pescare, appunto, proprio perché la tecnica utilizzata è del tutto simile a
quella del pescatore, che lancia la propria esca aspettando che il pesce
abbocchi; è evidente che nel nostro caso il pesce è l’utente sopra
descritto.
Il phishing è impiegato per ottenere, mediante l'utilizzo di messaggi di posta
elettronica fasulli, appositamente creati per apparire autentici, l'accesso ad
informazioni personali e riservate dell’utente preso di mira. Grazie a questi
messaggi, il malcapitato è ingannato e portato a rivelare i propri dati
sensibili, ad esempio numero di conto corrente, nome utente e password, numero
di carta di credito ecc.
Ma come avviene tutto ciò? Come abbiamo detto sopra, la posta elettronica è di
gran lunga il veicolo preferito per perpetrare questo tipo di reato; chi
possiede una o più caselle e-mail si rassegni, perché con ogni probabilità il
nome della propria casella è già finito nelle mani di qualche malintenzionato,
che prima o poi se ne servirà per lanciare la propria esca, se non l’ha già
fatto. Come questo possa accadere, sarà l’argomento che tratterò
prossi-mamente su queste pagine. Per ora torniamo al nostro utente virtuale, che
per comodità chiamerò Mario Bianchi.
Un giorno il nostro signor Bianchi riceve nella propria casella di posta
elet-tronica un messaggio apparentemente proveniente dalla propria banca, che lo
invita a cliccare su un link riportato nel corpo dell’e-mail (si chiama link o
collegamento un indirizzo internet come quelli che si digitano nell’apposito
spazio quando si vuole aprire una pagina web; in questo caso l’indirizzo è
gia compilato e basta cliccare su di esso perché la pagina cui si riferisce si
apra automaticamente). La richiesta è motivata da esigenze di sicurezza, di
pericolo di perdita dei propri dati o addirittura di tutela dalle truffe
informatiche! L’invito può a volte avere un tono vagamente minaccioso,
paventando al nostro signor Bianchi la perdita dell’accesso al proprio conto
corrente nel caso non ottemperasse a quanto richiesto. Spesso la mail è scritta
in un italiano stentato, con parecchi errori di ortografia e con un costrutto
del tutto simile a quello che si ottiene con i programmi di traduzione
automatica; questo fatto dovrebbe già di per sé ingenerare sospetto e
diffidenza perché nessuno, soprattutto una banca, userebbe mai un tale
linguaggio per rivolgersi ai propri clienti. Ma se la nostra vittima è
particolarmente ingenua e clicca sul collegamento presente nel messaggio, aprirà
automaticamente una pagina web in tutto e per tutto simile a quella della
propria banca dove, in un apposito modulo presente sul sito, verrà invitato ad
inserire i dati riservati appartenenti al proprio conto corrente.
Al termine di questa procedura, il furfante si troverà in possesso di tutti gli
elementi necessari per accedere al conto corrente del povero signor Bianchi, o
per utilizzarne a piacimento la carta di credito. Un giochetto da ragazzi,
quindi. Nella migliore delle ipotesi, il truffatore si servirà dei dati carpiti
per creare false identità, che utilizzerà per compiere altre truffe in rete,
sempre a nome del nostro signor Bianchi.
Il problema è quindi molto serio, tanto che i principali istituti bancari sono
stati costretti a contattare i propri correntisti, avvertendoli del pericolo e
fornendo loro indicazioni su come evitare la trappola. Anche l’ABI,
l’Associazione Bancaria Italiana, ha reso pubblico un decalogo di norme utili
per evitare di incorrere nel tranello, con lo scopo di arginare il fenome-no e
di limitarne i danni.
È tuttavia evidente che il principale accorgimento da adottare resta quello di
usare la testa. Così come nessuno di noi fornirebbe i propri dati personali ad
uno sconosciuto incontrato casualmente per strada, analogamente occorre
diffidare delle richieste pervenute via internet, anche se apparentemente
provenienti da siti o da indirizzi noti, soprattutto se le richieste riguardano
i nostri rapporti con le banche o gli istituti che rilasciano le carte di
credito. Nessuna banca, infatti, chiede i dati personali dei propri clienti via
mail; in caso di necessità convoca il cliente presso la sede stessa
dell’istituto, secondariamente, si deve accedere al sito della propria banca
solo ed esclusivamente digitandone personalmente l’indirizzo nell’apposita
barra del browser di navigazione, evitando accuratamente di rispondere a siti o
a mail che ce ne propongano il collegamento automatico, in particolar modo se
non richiesto specificatamente da noi; infine, da ultimo ma non per ulti-mo,
installare e tenere quotidianamente aggiornato l’antivirus.
Con queste semplici ma efficaci precauzioni, potremo tranquillamente navigare in
internet in tutta sicurezza, cogliendo il meglio che questa tecnologica ci offre
per renderci la vita più comoda e, perché no, più piacevole, senza correre
inutili rischi o peggio vederci prosciugato il nostro conto corrente.